TOMMASI INTERVISTA ROMA – Damiano Tommasi, ex centrocampista della Roma, ha rilasciato un’intervista a Il Messaggero. L’ex calciatore giallorosso, alla Roma dal 1996 al 2006, ha scritto un libro: «Ti racconto i campioni della Roma». Sono cinquanta e qualcuno è rimasto fuori, per forza di cose. «Florenzi. Non l’ho inserito perché gioca ancora. Entrerà nel prossimo libro. Stesso dicasi per Zaniolo, che ora non deve avere fretta di rientrare». Ecco l’intervista completa.

L’intervista a Tommasi

Pellegrini gioca eppure c’è.
«Lorenzo merita di stare lì. E’ diventato papà giovane, come me. E’ un ragazzo equilibrato, potrebbe essere mio figlio. Ha avuto maestri che sono miei amici. Lo considero uno di famiglia».

Domani c’è il Manchester, la famiglia deve andare avanti.
«Sono ottimista. La Roma ha una dimensione più adatta all’Europa. Può fare di tutto».

Come fu contro il Barcellona.
«Quella partita ha dimostrato che lo sport apre alle sorprese».

Dopo il vostro scudetto sarà anche il caso di ricominciare a vincere, no?
«Ecco, vorrei che non fosse una delle vittorie più recenti».

E’ così difficile vincere qui?
«Quando sei abituato a vincere, vinci. E’ complicato inculcare questo tipo di mentalità. Roma è una città particolare, che porta più gente all’addio di Bruno Conti che alla finale di Coppa Uefa il giorno prima. Questa è Roma, la sua bellezza, la sua particolarità. Ma poi non si lavora sui dettagli. I tifosi ci mettono tanta passione nell’esaltarti e la stessa nel condannarti. E’ una questione di sentimenti, che vanno rispettati».

La Superlega. E’ stato davvero un attentato al calcio?
«Le attività imprenditoriali prevalgono sullo sport. Durante la pandemia, il calcio è andato avanti per salvare il business, gli altri sport ci hanno rimesso. Lo sport vive di incertezze, chi investe invece le vuole. I grandi club cercano la stabilità, mentre il calcio è instabilità, specie di emozioni. Chi ha pensato alla Superlega sono gli stessi che oggi portano avanti il nostro sport. Sono stati bypassati gli atleti, che ormai non si allenano più».

Il calcio va ripensato.
«Bisogna fare un passo indietro per farne dieci avanti. La base da cui ripartire è il numero di partite. Chi fa business non può non considerare i sentimenti. Ormai c’è assuefazione, la gente non ricorda nemmeno l’orario delle partite, perché tanto siamo abituati a non andare allo stadio e le si possono guardare ovunque e da ogni mezzo».
I social, ha visto gli insulti al figlio di Pirlo?
«Purtroppo stiamo attenti che i nostri figli siano educati con i professori e poi non sappiamo cosa fanno sui social, che sono la strada».

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