• Roma-Verona, l’analisi tattica: primo tempo di qualità, ripresa di sofferenza

    Redazione RN
    21/01/2024 - 8:14

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    Roma-Verona, l’analisi tattica: primo tempo di qualità, ripresa di sofferenza

    ROMA VERONA ANALISI TATTICA – È in chiaroscuro la prima di Daniele De Rossi davanti al suo pubblico, alla sua gente, ai suoi tifosi di sempre all’ennesimo sold-out, ma nelle vesti di tecnico in un, parafrasando l’idioma dell’Urbe, “friccicorio” che nello Stadio si divide per 90 minuti tra nostalgia e malinconia dello Special One uscente e il ritorno del figliol prodigo. Roma-Verona disegna un copione dove, ad un primo tempo scoppiettante, fa da contraltare una ripresa che lascia interdetti per il netto peggioramento, la passività dimostrata. A poco o nulla serve la giustificazione, proprio da parte del tecnico, dell’avere aumentato certi carichi di lavoro nelle poche sedute svolte dall’insediamento di martedì.

    Moduli e sviluppi di gioco

    La prima dislocazione scelta da De Rossi è un 4-3-2-1, con Huijsen e Llorente (scelta obbligata visto squalifiche e indisponibilità varie) centrali davanti a Rui Patricio, con Karsdorp e Spinazzola esterni difensivi. In mezzo Paredes detta i tempi con Bove e Pellegrini mezzali a supporto dell’azione offensiva di El Shaarawy e Dybala punte esterne a piede invertito. Per Baroni un 4-2-3-1 con Montipò tra i pali, Tchatchoue, Magnani, Dawidowicz, Cabal sulla linea difensiva, con i due mediani Folorunsho e Serdar, mentre i tre trequartisti Mboula, Suslov e Saponara alle spalle di Djuric.

    Primo tempo con qualità di gioco e intensità

    Già dalla scelta della linea difensiva a 4 appare immediato l’anacronismo con la filosofia precedente, con il nuovo modulo che si sublima in sviluppi di gioco manovrato, con la palla che circola a terra, non c’è ricerca e necessità di alzarla, e per caratteristiche e dislocamento degli interpreti la Roma occupa meglio il campo ed emerge attinenza con il 4-3-2-1 col quale la nazionale di Mancini, nel quale De Rossi ne era componente attivo dello staff, aveva raggiunto il tetto d’Europa 3 anni fa.

    La gara vede subito l’uscita di Spinazzola, che accentua concetti molto evidenti da subito, con i giallorossi che costruiscono sempre a 3, ora alzando uno dei due terzini (principalmente Karsdorp) con Kristensen che non essendo di piede a sinistra non può spingere con efficacia, ora alzando entrambi i terzini con Paredes che si abbassa sulla linea dei due centrali difensivi. La Roma muove velocemente palla, alzando subito i ritmi, con una circolazione dove il portatore di palla riceve sempre palla orientato in avanti anziché di spalle come accadeva spesso prima, e non si vedono più giocatori isolati in campo, perché col 4-3-3 si creano triangoli di gioco in maniera naturale.

    A tutto ciò si aggiunge una riaggressione al possessore palla avversario dopo la perdita della palla, ma rimane la fase di possesso quella dove appare evidente un inizio di percorso di grande spessore. Aldilà di come costruisca a 3 dietro, la Roma trova l’ampiezza con Karsdorp a destra ed El Shaarawy a sinistra, mentre Dybala va a giocare dentro al campo con le mezzali e tutti a sostegno della prima punta Lukaku, con Pellegrini che legge bene gli spazi offensivi e l’argentino che crea superiorità in mezzo al campo. Tutti si muovono senza palla alle spalle di Lukaku. La Roma si trova all’intervallo con la pratica archiviata, un 2-0 perentorio, che non lascia spazio a recriminazioni di sorta per gli uomini di Baroni.

    Ripresa interlocutoria che gradualmente diventa problematica

    Si riparte col Verona che cambia Mboula per Bonazzoli, ma ancora la Roma è un orchestra, specie sul fronte offensivo, con Lukaku riferimento centrale e gli altri che muovono molto dentro campo con interscambi continui. I giallorossi costruiscono con El Shaarawy che fa l’equilibratore a sinistra, ricordando nel passato ciò che faceva Delvecchio nella Roma di Capello. Improvvisamente, senza sentori e motivi apparenti, la Roma ha un’uscita repentina dalla gara, come se si fosse spenta la luce, forse coincidenza del cambio Dybala per Zalewski, che va trequartista offensivo di centro-destra.

    Il Verona trova un calcio di rigore per tocco di mano di Llorente, ma Djuric spedisce alle stelle e nonostante ciò lo scampato pericolo non sveglia i giallorossi che hanno un po’ abbassato ritmi e circolazione dopo un’ora di gioco fluido. Il campanello d’allarme viene comunque recepito dalla panchina, con susseguente passaggio al 3-4-2-1 con Zalewski a sinistra ed El Shaarawy a destra. Ma è Rui Patricio a complicare i piani con un intervento rivedibile che consente agli uomini di Baroni di dimezzare lo svantaggio e insidiare i giallorossi che adesso non trovano più uscita in maniera pulita e corrono dietro e a vuoto al possesso palla gialloblu, che nel frattempo hanno inserito altre forze fresche.

    Belotti per El Shaarawy è la risposta per non abbassarsi troppo in un 5-3-2 che però non risolve le ambasce e criticità di un secondo tempo imbarazzante, sempre in ritardo sulle seconde palle, con giocatori passivi e aiutati da un pizzico di buona sorte. Il fischio finale giunge salvifico e provvidenziale, ma inutile e prematuro scandalizzarsi, perché il nuovo ordine giallorosso è evidente come vada percorrendo strade ariose e volte a sviluppare e codificare le scelte sul terreno di gioco, che nascono da uno scaglionamento più opportuno e la possibilità di dare sempre più di una linea ci passaggio.

    Maurizio Rafaiani

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    1. Dall’inizio del secondo tempo, abbiamo rivisto la Roma irritante, flaccida, lenta, passiva con passaggi sempre indietro, che ha smesso di giocare… Sono sempre stanchi…. Posso capire qualcuno, ma non tutti.. Come ha detto De Rossi, giocando(?) così, non abbassi il ritmo della partita ma ti addormenti e infatti abbiamo subito anche dal Verona….
      Per me, è una mentalità dei giocatori. Fanno sempre così. Giocano un tempo solo, da anni….

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