• Roma-Leicester, l’analisi tattica: inizio folgorante dei giallorossi che hanno gestito al meglio il match

    Redazione RN
    06/05/2022 - 9:47

    Foto Tedeschi
    Roma-Leicester, l’analisi tattica: inizio folgorante dei giallorossi che hanno gestito al meglio il match

    ROMA LEICESTER ANALISI TATTICA – A un anno di distanza dal suo insediamento Mourinho ha già avviato il suo progetto vincente in giallorosso, conquistando l’accesso alla Finale di Conference League e plasmando a livello caratteriale un gruppo che aldilà dei suoi valori tecnici era malinconicamente deficitario in termini di personalità e determinazione, un gruppo incapace di reggere pressioni, di reagire anziché accettare passivamente l’inerzia degli eventi e non avere ambizioni. Le note che nelle ultime due stagioni avevano suonato a condanna a morte in campo europeo, il tecnico di Setubal ha saputo tramutarle in sinfonia, ma soprattutto un coro che ancora una volta ha saputo rispondere presente, quello dei 70mila in giallorosso. L’entusiasmo che gravita intorno alla squadra e che compatta l’ambiente unito ai risultati sono basi importanti da consolidare e da cui partire per un futuro che ci si auspica quanto prima radioso.

    Moduli e sviluppi di gioco

    Mourinho deve fare a meno di Mkhitaryan, e con Sergio Oliveira al suo posto in mediana vicino a Cristante disegna il suo 3-4-2-1 ormai identificato negli 11 giocatori più affidabili della rosa. Davanti a Rui Patricio ci sono sempre Smalling con Mancini e Ibanez braccetti e Karsdorp e Zalewski esterni, mentre davanti ci sono Pellegrini e Zaniolo alle spalle di Abraham. Rodgers conferma il suo 4-3-3 con davanti a Schmeichel, Evans e Fofana centrali, Pereyra e Justin terzini di spinta. In mezzo Tielemans detta i tempi, con Maddison e Dewsbury-Hall ai lati mentre dietro a Vardy ci sono Lookman di centro-destra e Barnes di centro-sinistra.

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    Primo tempo dall’avvio veloce, con il ritmo che scema con il passare dei minuti

    L’avvio della Roma è veemente e autoritario, con il primo quarto d’ora dai ritmi elevati e il vantaggio presto conseguito, dopo che un calcio di punizione di Pellegrini aveva sollecitato Schmeichel ad una parata che per dinamica contravveniva le leggi della fisica. Sugli sviluppi di un calcio d’angolo lo stacco di Abraham è imperioso ma agevolato anche dalla scelta discutibile del marcatore assegnatogli dal tecnico inglese dei Foxes. Questo, alla fine, rimane l’evento decisivo del match, gli aspetti tattici della prima frazione di gioco vedono il Leicester costruire a 3, alzando Justin molto alto a sinistra, mentre a destra si intercambiano la posizione il terzino Pereyra e la mezzala di destra Maddison, con Lookman che rimane in ampiezza mentre Vardy viene molto incontro a cucire. In fase di non possesso gli inglesi vanno in pressione sulla prima costruzione giallorossa, su Mancini e Smalling, invitando ad uscire verso Ibanez (una sorta di pressing ad invito) che notoriamente è poco pulito e qualitativo nell’impostazione. Qui in uscita la Roma perde qualche pallone di troppo, approssimativa, mentre sviluppa bene se conquista palla con buone possibilità di offendere negli spazi che un Leicester che attacca con molti giocatori sulla e sopra la linea della palla concede in transizione. Per la Roma sono importanti altresì i cambi di gioco sugli esterni, dove il 4-3-3 di Rodgers concede spazi e tempi di gioco da sfruttare che innescano le percussioni di uno Zalewski ficcante e un Karsdorp altrettanto puntuale sull’out opposto. Dopo la prima metà tambureggiante la Roma perde campo, ritmo e intensità, abbassando ulteriormente il baricentro, riprende fiato con Cristante e Sergio Oliveira sempre molto bene vicini in fase difensiva. Ora la gara è ancora più tattica, dove spesso in mezzo al campo, per via delle posizioni, si scontrano Cristante e Maddison e Sergio con Dewsbury-Hall, con Pellegrini che attenziona Tielemans. Senza rischiare, i giallorossi guadagnano gli spogliatoi prima di una ripresa dove diventa fondamentale la gestione del possesso, che dovrà essere il più pulita possibile e in grado di innescare le ripartenze decisive.

    Nella ripresa i giallorossi dimostrano solidità legittimando il vantaggio minimo ma decisivo 

    Si riparte con Rodgers che vira su un 3-5-2 quasi a specchio, con Iheanacho e Amartey per Barnes e Lookman, con i 3 dietro bloccati che gestiscono la superiorità sulle punte giallorosse, mentre gli altri 7 si dedicano ad attaccare, obbligando Pellegrini ad abbassarsi e stringere vicino a Cristante e Sergio Oliveira. Come prevedibile la Roma è costretta ad abbassare il suo baricentro, con Pellegrini che prova a gestire le ripartenze, con la squadra che è chiamata a migliorare la conservazione e gestione del possesso isolando Abraham e Zaniolo quasi obbligati a fare guerra da soli, con un occhio ai compagni a sostegno. Per Rodgers è il momento di Castagne per Pereyra, con Perez per Dewsbury-Hall serra i tempi passando al 3-4-1-2, mentre i giallorossi, dopo tre quarti di gara cominciano a sentire la stanchezza di molti titolari che negli ultimi tempi hanno dato tanto in termini di utilizzo, Veretout e Vina per Zaniolo e Zalewski è la risposta di Mourinho alla criticità. Da lì il passaggio ad un 5-4-1 evidente, così come evidente che la Roma stia concedendo solo il tiro dalla distanza, per un gruppo che si identifica nel finale in un muro che regge, con Mancini che ora rompe la linea per marcare forte, ora stringe nell’imbuto centrale per coprire Smalling che di testa le prende e le ha prese tutte. Quando Shomurodov rileva un Abraham encomiabile, leonino, eroico, capisci dall’aspetto iconico le differenze tra un attaccante (l’inglese) che ti porta in finale e quello precedente (un bosniaco) che negli ultimi anni aveva incarnato l’impotenza disarmante di un gruppo alla ricerca disperata di un identità e costante evidenza del vorrei(forse)ma non posso.

    Maurizio Rafaiani

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