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Foto Tedeschi

RANIERI ROMA – Claudio Ranieri compie 70 anni e li festeggia in panchina con quattro giorni di anticipo: Watford-Liverpool, esordio alla guida dei gialloneri, quarta storia da scrivere in Premier. Sarà la gara numero 1322 da allenatore di Sir Claudio, diventato baronetto dopo la straordinaria impresa di Leicester. Ecco la sua intervista a Sportweek, in cui ha ripercorso la sua vita, fin dagli inizi a Testaccio.

L’intervista a Claudio Ranieri

A 70 anni è naturale voltarsi indietro e guardare il cammino percorso.
Ovvio, ma io non vivo di ricordi. Un esempio: il giorno della presentazione a Watford, hanno mostrato un lungo filmato in cui era stato dedicato ampio spazio alla stagione di Leicester. Era la prima volta che rivedevo le immagini di quell’avventura . Ho scoperto persino qualche inedito. Guardo sempre in avanti. Cerco sempre qualcosa di nuovo: una nuova sfida, un nuovo obiettivo.

La missione da compiere a Watford?

Salvare la squadra e porre le basi per aprire un ciclo.Mi piace seminare: se poi tocca ad altri passare alla fase del raccolto, sono ugualmente contento.

Torniamo all’inizio della lunga camminata: Ranieri bambino.

Vivevo tra San Saba e Testaccio. Giocavo a pallone tutto il giorno e andavo in bicicletta. Mia madre aveva paura che in strada potesse succedermi qualche guaio e mi iscrisse a una scuola a La Storta, il Sant’Eugenio, dove trascorrevo la settimana. Studiavo, non andavo in giro e giocavo a calcio. La prima squadra fu il Dodicesimo giallorosso. Ci allenavamo sul campo vicino a quello della Roma primavera e fu questa la situazione che mi portò alla Roma di Helenio Herrera.

Ruolo?
Mezz’ala, ma con Guido Masetti, tecnico della Primavera, portiere del primo scudetto della Roma nel 1942, avanzai nella posizione di centravanti. Nelle partite del giovedì contro la prima squadra mi ritrovavo di fronte la coppia Bet-Santarini. Erano fortissimi e non facevano complimenti. Arretrai in difesa e in quella posizione trovai la mia dimensione.

Vent’anni, la Roma, Helenio Herrera.
Un innovatore. In allenamento ci chiedeva di giocare in velocità e di non tenere mai il pallone. Quando sbagliavamo, palla all’altra squadra. Debuttai in SerieA con Manlio Scopigno, in casa del Genoa, il 4 novembre 1973. L’ultima presenza, la sesta in campionato, contro il Cagliari di Gigi Riva. Totale, sei partite. Quando arrivò Liedholm e fu chiaro che per me non c’era spazio, chiesi di andare da un’altra parte per verificare se potessi fare il calciatore, oppure voltare pagina. Volevo mettermi alla prova. Mi ritrovai a Catanzaro, con Gianni Di Marzio.

Pausa: Blackpool, 2 maggio 1973, torneo Anglo-Italiano.
Fu il debutto assoluto con la Roma. Perdemmo 2-1, una squadra piena di giovani: io, Francesco Rocca, Pellegrini. Gara dura, rimediai anche l’ammonizione. L’esordio in Inghilterra: era destino.

Catania, Palermo, poi, all’improvviso, il passaggio dal campo alla panchina.
Era l’estate 1986. Ero senza squadra. Mi allenavo con i giovani della Roma. Un giorno mi arrivò una chiamata da Lamezia. Il presidente della Vigor voleva un allenatore giovane al quale affidare la squadra ,iscritta al campionato Interregionale. Accettai l’offerta. Cominciai dalla quinta serie e feci bene. Partire dal basso è stato importante. Non ero pronto per una categoria maggiore. Dovevo imparare. I campi del Sud sono una palestra formidabile.

Chelsea, di nuovo Valencia, poi nel 2007 il ritorno in Italia e il trittico Juventus-Roma-Inter.
Lo scudetto mancato a Roma fu un enorme dispiacere: la mia città, la mia gente, la mia squadra. Ci giocammo tutto nella partita con la Sampdoria, ma subentrai alla terza giornata e magari se avessi guidato la squadra dall’inizio, sarebbe finita diversamente.

José Mourinho, dopo l’esonero di Leicester, si presentò in conferenza stampa indossando una t-shirt con le iniziali CR in omaggio a Ranieri. Dopo le baruffe dei tempi di Roma, un bel gesto.
Mourinho è unico, un grande allenatore e un super motivatore. Mi manifestò la sua solidarietà dopo l’addio al Leicester e fu il primo a congratularsi con me dopo la firma con il Fulham. Gli auguro ogni bene alla guida della Roma.

In trentacinque anni di carriera è ragionevole pensare che abbia allenato un migliaio di calciatori e tra questi diversi campioni.
In Italia mi vengono subito in mente Zola, Batistuta, Totti .Ma per non fare torto a nessuno, cito un paio di calciatori inglesi ai quali sono legato: Terry e Lampard. Il primo lo vidi per la prima volta in allenamento con l’Under 23delChelsea e dopo mezz’ora decisi che doveva stare con la prima squadra. In difesa avevo la coppia centrale campione del mondo Leboeuf-Desailly, ma io cominciai a utilizzare spesso Terry. Lampard arrivava dal West Ham. Gli dissi: “Dalla metà campo in su non devo insegnarti nulla. Posso migliorarti dalla metà campo in giù.

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