30 Settembre 2022

Ranieri: “Mourinho è un grande amico, a Roma ci voleva uno come lui. Oggi lo vedo più riflessivo”

"Le mie radici saranno sempre romane, così come il cuore e i sensi"

Claudio Ranieri ha parlato in un’intervista esclusiva al Corriere dello Sport. L’ex allenatore di Roma ed Inter, che domani si affronteranno in occasione dell’ottava giornata di campionato, è tornato sulle due esperienze fatte in panchina e anche sull’attuale momento di entrambe le squadre.

Claudio, i 70 li hai già fatti. Possiamo stare tranquilli.
“E da più di dieci anni… (sorride). Non fare il furbo…”.

Quella battuta di Mourinho ha fatto storia. Era il 2010, tu allenavi la Roma e lui l’Inter. «Dovrebbe cambiare mentalità” ricordi le sue parole? “Ma credo che ormai sia troppo vecchio per farlo”. Ti sei rifatto.
“José ora è un grande amico. Fu molto carino quando il Leicester mi esonerò. Si presentò in conferenza stampa con la tuta che portava le iniziali CR. “Ha scritto la storia più bella di sempre”, disse”.

Nella versione romanista come lo trovi?
“Più riflessivo, consapevole, si cambia. E perfettamente aderente al progetto dei Friedkin. Lui gioca per vincere, la sua carriera è segnata da successi straordinari, tuttavia sa bene che in questa fase della Roma ci sono gli ostacoli, i limiti imposti dal Fair Play Finanziario… Mourinho è un galvanizzatore unico, inimitabile, l’Olimpico si riempie per lui, più che per la squadra. La Roma aveva bisogno di Mourinho e probabilmente Mourinho della Roma, di una tifoseria che si è data a lui senza riserve”.

L’amicizia, per te, è sempre stato un valore preziosissimo, l’hai costantemente coltivata.
“Ti riferisci alle giornate insieme ai compagni di squadra di Catanzaro. Non ci siamo mai persi di vista. Siamo arrivati a tre generazioni che si ritrovano ogni anno per merito delle mogli che nel frattempo sono diventate amiche. Diciamo che io fungo da collante”.

Claudio, ho ancora negli occhi il tuo stupore quando l’Olimpico ti tributò un lungo applauso durante Roma-Leicester di Conference League.
“Ero seduto di fianco a Candela, Totti un paio di posti più in là. A un certo punto Vincent mi diede una gomitata e indicò il tabellone che mi stava inquadrando. Quando partì l’applauso di entrambe le tifoserie rimasi sorpreso e spiazzato, io sono timido, riservato. Fu mia moglie a suggerirmi di alzarmi in piedi per ringraziare i sessantamila. Un’emozione fortissima che mi porto dentro, uno dei ricordi più belli”.

Le radici sono romane.
“Le radici, il cuore, i sensi. La Roma era la squadra per la quale tifavo da bambino, l’ho frequentata da giocatore e da avversario, e l’ho allenata”.

Costruirai dal basso, quando tornerai al lavoro?
“La costruzione dal basso io la odio. È vero che se trovi tre, quattro passaggi fatti bene annulli la pressione alta degli avversari e si apre una voragine nella loro difesa. Ma per ottenere quella precisione di battuta servono giocatori con caratteristiche speciali e non tutti se li possono permettere. Io ammiro il Liverpool di Klopp che cerca abitualmente la profondità, non sta lì a fare ottocento passaggi orizzontali o all’indietro. Sarà perché da ragazzo ho giocato a basket, ho fatto mia la propensione ad arrivare in fretta nell’area avversaria. Nel ’97, al Valencia, tutti mi parlavano, esaltandolo, del possesso di Real e Barcellona e io puntai sulla rapidità e sul verticale. Non capisco chi palleggia a lungo, subisce il gol e solo quando è sotto verticalizza. Ma fatelo dall’inizio, dico io”.

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