CORE DE ROMA “Quando sono arrivato io la Roma era un’ottima società, ma di sicuro non una grande squadra.Abbiamo contribuito in quegli anni a farla diventare davvero grande. Sintetizza così il periodo tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80, Roberto Pruzzo, vero protagonista -insieme a Conti, Falcao, Di Bartolomei e tutti gli altri- della metamorfosi di quella che veniva definita “la Rometta”: da compagine capace di vincere ma anche di perdere contro chiunque, a realtà assoluta del calcio italiano e non solo. Uno scudetto, 4 Coppe Italia e una Coppa dei Campioni sfumata ai calci di rigore sono il bottino che “‘O Rey di Crocefieschi” collezionerà in dieci stagioni condite da 106 gol in Serie A, 138 tra tutte le competizioni. “Era un brontolone. Si lamentava spesso della preparazione, però in campo era un grande attaccante: forse in quel periodo è stato il migliore in circolazione, racconta Ancelotti. E non è l’unico a pensarla così: a causa del carattere schivo e riservato, qualcuno lo ha descritto come una persona arrogante. Niente di più falso. “E’ stato uno dei compagni più generosi ed educati con cui abbia mai giocato in coppia”, precisa Graziani. A Roma diventa semplicemente “Bomber”, perché vive per il gol: è il rapace dell’area di rigore, uno di quelli che non spicca per le doti tecniche, ma che sa buttarla dentro dannatamente bene. Ha un senso dell’anticipo e uno stacco tra i migliori che si siano mai visti nel nostro campionato. Doti che gli permetteranno di vincere tre volte il titolo di capocannoniere, ma soprattutto di entrare per sempre nel cuore dei tifosi giallorossi.

LA STORIA – La Roma lo preleva dal Genoa quando ha 23 anni per 3 miliardi di lire e il prestito di Bruno Conti. Una prima stagione non esaltante, poi l’esplosione anche grazie al ritorno in giallorosso del “Marazico”, con il quale Pruzzo formerà un binomio eccellente. Le prime due stagioni degli anni ’80 sono ottime, ma è nell’ 82/83che il club giallorosso riesce a coronare un sogno inseguito per quattro decenni: paradossalmente, l’annata dello scudetto è tra le meno prolifiche per il “Bomber”, che timbrerà il cartellino 12 volte, ma sempre in maniera determinante. Poi l’inseguimento alla Coppa dei Campioni: 5 gol in 7 partite, compreso quello, splendido, del pareggio contro il Liverpool il 30 maggio 1984. Con l’arrivo di Eriksson la sua avventura nella capitale sembra essere giunta al termine: nel girone d’andata segna appena 2 reti. Eppure ha ancora qualcosa da dire e da dare ai colori giallorossi: dal giro di boa in poi realizza gol a raffica; ne sa qualcosa l’Avellino, vittima di una storica cinquina. Ma il tricolore non arriva a causa di uno sciagurato harakiri contro il Lecce già retrocesso. Il giorno in cui saluta la capitale la Sud gli rende omaggio con il messaggio: “106 volte grazie!”, circondato da 106 striscioni recanti il suo nome. Nell’ ’88 si accasa alla Fiorentina, dove trova poco spazio: segna un solo gol, decidendo lo spareggio per l’accesso in Coppa Uefa, proprio contro la “sua” Roma. Esulta sotto gli occhi increduli di ex tifosi ed ex compagni. “Era come giocare a casa, ma io volevo anche dimostrare a Firenze di avere ancora qualcosa da dare”, dirà anni dopo. “Io volevo vincere comunque, nonostante si trattasse della mia ex squadra, anzi a maggior ragione per quello, perché uno ha sempre qualcosa da dimostrare”. Ma i sostenitori dimenticheranno in fretta quello “sgarbo”:non si può non voler bene a chi ti ha fatto urlare di gioia oltre 100 volte.

L’EPISODIO – 8 maggio 1983. La Roma capolista si reca a Genova per il primo match-point per lo scudetto. Agli uomini di Liedholm basterebbe un pari per tornare sul tetto d’Italia. Al loro seguito ci sono oltre duemila tifosi che non si perderebbero per nessun motivo al mondo una gara del genere. Al 19′ Di Bartolomei porta palla: si sta dirigendo verso il vertice sinistro dell’area avversaria, quando all’improvviso sterza e pennella uno splendido cross in mezzo con il destro. Il “Bomber”, dai tredici metri, stacca di testa e spedisce il pallone all’incrocio più lontano, dove il portiere Martina (oggi procuratore di Gigi Buffon) non può arrivare. Il Ferraris esplode: forse sono molti più di duemila, i sostenitori giallorossi. Sembrano milioni. Hanno atteso 41 anni esatti prima di poter tornare a gridare così, a pieni polmoni. Pruzzo corre verso i compagni agitando i pugni. Del resto, questo fa un Bomber: la butta dentro e mostra il pugno. Tutto il resto, come dice la canzone, è noia.

Lorenzo Latini
@lorenzo_lat87