LA REPUBBLICA (E.Sisti) – Perchè il presidente Pallotta, già abbastanza navigato, dovrebbe stupirsi? In fondo non è la sua Roma, la Roma di sempre, la solita, seducente combinazione di superfici levigate, carta vetrata e pasta abrasiva? La può guidare Garcia, Spalletti o Di Francesco. A settembre poco cambia. Nessuno di loro ha saputo o saprebbe dove mettere le mani per ricucire i frequenti strappi di fine estate. A meno che non esistano maledizioni autoindotte, non è una maledizione questo fatto di essere già in crisi o in mezza crisi dopo appena una ventina di giorni, in cui s’è visto veramente poco. E Pallotta sta lì, in mezzo a questo oggettivo “poco”, al centro di questo malessere culturale che ha soltanto ereditato ma che ormai conosce bene: la Roma soffre di cicliche epidemie di sfiducia. Il vero problema della Roma, infatti, è che deve esserci sempre un problema da qualche parte, in qualche anfratto di società, meglio se anticipato e meglio ancora se difficile impossibile da risolvere. Intrappolato in quella che dovrebbe essere “casa sua”, Pallotta prova a cementare quel che si può cementare. Anzitutto prendendosela con chi aveva sostenuto a mezzo stampa che lui, il presidente, sarebbe già stanco del tecnico appena ingaggiato. Ieri è andato a Trigoria per verificare di persona la “sostenibilità” del presente e come un sensitivo ha cercato di stabilire quanta fosse la negatività e da dove filtrasse. Ha incontrato Di Francesco e gli ha stretto più volte la mano, “shakin’ & shakin’”, come se non l’avesse mai fatto prima. Poi gli ha ribadito la massima fiducia e il massimo apprezzamento per il lavoro svolto. Nessun dubbio e nessun ripensamento. E tutto a dispetto del momento psicologico, in cui le note stonate sembrano avere la maggioranza sullo spartito tattico (per poi dilagare fra i media).

In campo la Roma si sta muovendo al minimo di scorrevolezza, meno è impossibile. Il più delle volte si mostra romanescamente “peciona”. E ogni balbettamento nel gioco innesca altre fragilità di sistema. Pallotta non può evitare che il suono della paura di non essere all’altezza diventi un frastuono pubblico nel quale scompaiono anche le speranze e le rare note positive fin qui registrate (Kolarov?). Per difendere se stesso e il gruppo Di Francesco ha risposto a D’Alema da epigrammista consumato: «Per la salvezza chiederò consigli a lui che di vittorie se ne intende…». D’Alema ha replicato: «Non era una mia frase, tiferò per te». Sostenuto dal suo presidente, il tecnico trova assurda la gogna prematura, ma poi ammette: «La squadra cala troppo presto ma adesso basta, è ora di vincere». Sono passate solo poche ore di calcio, ha ragione Di Francesco, ma a volte anche quindici minuti di partita bastano per capirsi. E alla Roma ancora non è successo. Oggi c’è il Verona. Torna Florenzi. Schick in panchina. C’è tempo per imparare a cantare tutti insieme. Quindi non è giusto dire Roma sparita (forse non è mai apparsa). Però un po’ spaurita, a quanto pare, sì.

6 Commenti

  1. “Cicliche epidemie di sfiducia”? Esatto sono proprio queste le: “origini del male”; di quel “deve esserci sempre un problema da qualche parte, in qualche anfratto di società, meglio se anticipato e meglio ancora se difficile impossibile da risolvere”. Ma chi causa cosa? Come nel domino ci deve essere un demiurgo, un motore immobile che rende così difficile e problematica Roma e la Roma. E questo, più che altrove, è la pressione dei giornalai che non hanno altro di meglio da fare che parlare, pardon, scrivere male a prescindere di una squadra come fosse da 90 anni “costantemente allo sbando”. Salvo poi nelle rare volte che vince salire tutti sul carrozzone almeno per il giro di campo dopo la vittoria. E questo Perché si sarebbe comunque potuto giocare meglio, o fare più gol, prenderne meno, dominare di più tutti gli avversari come se in campo ci fosse una sola squadra. Peccato che nessun onorevole giornalaio sia mai stato un fenomeno del pallone o un vincente allenatore della squadra dell’oratorio. Direi che sia anche ora di finirla di scrivere questo coacervo di fandonie e chiacchiere da bar, perché finché si raccontano, per l’appunto al bar, rimangono al livello basso che meritano. Quando invece assurgono agli onori delle cronache giornalistiche diventano il veleno che ammorba le menti dei tifosi, dei calciatori, dirigenti e così a salire instillando quel male oscuro che è il malcontento e la sfiducia in tutto l’ambiente causando quelle “cicliche epidemie di sfiducia”.

    • PERFETTAMENTE D’ACCORDO CON TE ! BASTA DENIGRARE CONTINUAMENTE !! NON SE NE PUÒ PIÙ’ DI QUESTI GIORNALAI CHE SPARANO SOLO VELENO, INSINUAZIONI A RIPETIZIONE CONTRO SQUADRA, ALLENATORE E DIRIGENTI ALIMENTANDO IL MALCONTENTO E LA ZIZZANIA NEI TIFOSI E IN TUTTO L’AMBIENTE GIALLOROSSO . E’ ORA DI FINIRLA !! LASCIATE LAVORARE ED ASPETTATE I RISULTATI PAZIENTEMENTE SENZA AIZZARE NESSUNO CON LE VOSTRE INSINUAZIONI GRATUITE .

  2. A prescindere da tifosi e stampa (sono stati contestati anche Berlusconi e Moratti che di soldi ne hanno spesi…) Se anche allenatore e calciatori pongono dubbi qualcosa non va e da diverso tempo. La società ai massimi vertici non si è saputa strutturare, ci sono grosse difficoltà nella comunicazione e la strategia economica è contraria ai principi del tifo e della passione. Investire nei calciatori ed in allenatori adeguati dovrebbe essere il punto di partenza poi tutto il resto. L’ atletico sta inaugurando lo stadio dopo un progetto tecnico importante, due finali di Champions e con all’orizzonte Diego Costa in arrivo.

  3. Massimino hai ragione.
    Provavo a portare avanti una tesi simile tirando anche in ballo coloro che si aggrappano alla dialettica giornalistica, utilizzando lo stesso metodo di giudizio avendo una competenza della materia assai scarsa, come la mia d’altronde, per sentenziare (anche se hanno risposto che il loro é un giudizio, ma tale non pare) sull’andamente della squadra e anche sulle vicende socetarie (vedi sopra. Lo sponso pare sia di vitale importanza). Mi sono spinto a ritenere il “giudizio” di talune persone come influente per ció che riguarda il famoso ambiente romano, facendo notare che, in fondo, l’ambiente romano é costituito anche dalle nostre persone e come, forse, nell’esprimere certi giudizi prematuri, e senza una vera conoscienza della materia, ció potesse essere in qualche modo deleterio.
    Sinceramente io non ho idea di come si possa far giocare una squadra o di come dirigere una societá. Infatti taccio sui i giudizi. Mi permetto solo di intervenire su cose oggettive e non presunte tali.
    Taluni atteggiamenti li capirei se si venisse da anni buii dove il probelma fosse stato salvarsi all’ultima giornata. Allora potrei comprendere maggiormente. Ma cosi alla cieca non comprendo. Dice il presidente della Roma che la societá, la squadra etc vengono attaccati preventivamente. Non saprei, ma certo piú di un dubbio viene. Per questo penso che chi non sia addentro a certe vicende dovrebbe stare un pochino piú accorto ad accodarsi ad un certo tipo di linguaggio.
    Sempre con il beneficio del dubbio.
    Forza Roma

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