Un quarto d’ora al termine di Roma-Milan: il banco degli imputati già pronto per riempirsi. Si sarebbe parlato di una squadra brava a fare gioco, ma poco concreta, una squadra che avrebbe potuto fare qualcosa in più. I più critici avrebbero parlato di una squadra con la testa già al Manchester. Già, era tutto pronto, ma nessuno aveva fatto i conti con il cuore immenso della Roma. In tre minuti è cambiato lo scenario di una serata che si era messa male, contro un avversario di tutto rispetto, un grande Milan, il Milan più bello della stagione. Ed in questo senso, la maturità acquisita dalla Roma nelle recenti uscite ha contribuito in maniera determinante alla vittoria di ieri. Non più di un mese fa, i giallorossi una gara simile non l’avrebbero mai vinta. L ’Olimpico ha suonato la carica, i giocatori in campo l’hanno ricevuta. Centottanta secondi di magia, per scacciare i fantasmi di una sconfitta che sarebbe stata pesantissima. E poco importa se l’ Inter non si ferma: adesso, anche per i nerazzurri, è il momento della resa dei conti. Sabato prossimo, al termine di Inter-Juve, potrebbero essere cambiate tante cose.
 
E’ stato, per l’ennesima volta, il capolavoro di Luciano Spalletti, nel giorno delle 300 panchine in Serie A. Il tecnico ha azzeccato tutto: dai cambi alle mosse tattiche a partita in corso. Ha scelto Pizarro al centro accanto a De Rossi, Mancini per Vucinic sull’out mancino e, quando è stato il momento di dare una scossa alla squadra, ha gettato nella mischia Giuly e il montenegrino. Ancora una volta le forze fresche entrate dalla panchina hanno fatto la differenza. E’ una Roma dalle mille risorse e, a testimonianza di quanto a distanza di un anno non si parli più di emergenza, basta ricordare chi fu a subentrare nella derelitta trasferta di Manchester: Faty, Rosi ed Okaka. Giovani interessanti, ma acerbi per palcoscenici di questo livello. Quest’anno la musica è cambiata, ed anche in chiave Champions League, con una partita ogni tre giorni, c’è da essere fiduciosi. La Roma è una squadra completa, la vasta gamma di soluzioni tattiche e i ballottaggi che si vengono a creare prima di ogni match, non possono che fare il bene del gruppo. In pochi hanno la certezza di giocare, motivo in più per dare il massimo, e mettere in difficoltà il tecnico con le sue scelte.
 
E poco importa se dopo tre mesi e mezzo è caduta l’imbattibilità di Doni: l’ultimo avversario ad esultare all’ Olimpico era stato Fabio Quagliarella. Era il 2 dicembre. Nonostante il gol, illusorio, di Kakà, la partita di ieri ha confermato un altro dato: all’ Olimpico non si passa. Per i giallorossi è la decima vittoria consecutiva sul terreno amico. Trenta punti figli di prestazioni brillanti e prove in grado di annichilire qualsiasi avversario Totti e compagni si siano trovati davanti. Quel 20 ottobre, quando il Napoli riuscì a strappare un punto, sembra lontano secoli.
 
Capitolo a parte lo merita Mirko Vucinic: i sei punti ottenuti contro il Milan hanno il suo marchio di fabbrica. Un gol di testa e uno, dall’altissimo coefficiente di difficoltà, sul primo palo, contro un portiere (Kalac) che alla domanda: “scusi, quanto è alto?”, risponde “duecentodue centimetri”. Il montenegrino è l’uomo dei gol pesanti: Sporting Lisbona, Dinamo Kiev, Real Madrid, ma anche Lazio e, in due occasioni il Milan, si sono inchinate ad un giocatore che a suon di magie sta lanciando un messaggio inequivocabile alla società: riscattatemi.
 
Ora il derby: saremmo banali a definirla una partita diversa dalle altre. Un derby che per i giallorossi varrà ben oltre i tre punti. La Lazio lo affronterà senza reali obiettivi da raggiungere, senza nulla da perdere. Sarà la Roma a dover fare la partita. Si giocherà alle 21.15, e sarà l’unica volta in cui i giallorossi scenderanno in campo, in ordine di tempo dopo l’ Inter da qui a fine aprile. In questi giorni si è tanto parlato di una Roma penalizzata dai troppi anticipi: giocare al sabato potrebbe, invece, essere un elemento determinante per i giallorossi. Per un’ Inter in difficoltà, fuori dalla Champions e con uno spogliatoio in fibrillazione nonostante il distacco invariato, scendere in campo con l’obbligo di vincere potrebbe rivelarsi un’arma letale.
 
Marco Calabresi

 

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