• IL PAGELLONE DI FRANCI. 8 a Lamela: “Calcio da monellaccio”

    Redazione RN
    30/10/2011 - 14:30

    IL PAGELLONE DI FRANCI – Il giornalista del ‘Quotidiano Nazionale’, stila il ‘Pagellone’ di Roma-Milan:

    8 a Lamela
    Impalpabile farfallina a Marassi, inturgidisce le scarpette azzurre nell’attesa di essere utile alla causa. Lucho lo carica a dovere e lo lancia tra le onde di burrasca quando ormai la partita è una dolorosa strambata rossonera.  Il suo è calcio da monellaccio di strada, quello che se ne frega delle raccomandazioni dei genitori e, quindi, di diagonali, passaggi laterali e possesso palla. Scalda un paio di volte i garretti, cercando di far da solo quello che i suoi frustrati compagni non riescono a fare, eppoi si lancia tra i paletti rossoneri, a metà strada tra uno slalomista e un torero che evita corna e zoccoli. L’accelerazione produce due effetti: il gol di Bojan e la pericolosa idea che tutto sommato la Roma non abbia sfigurato. Crudo ma necessario: se piedi posseduti (dal diavolo, of course) Nocerino avesse messo dentro quel pallone da mezzo metro sarebbe stato 4 a 1. Meditate gente, meditate.

    8 a Miralem Pjanic
    Avete presente la classica e slabbrata scena (che vorrebbe essere comica) del tiro alla fune al cinema? Il piccoletto da una parte e il donnone grassone dall’altra che fa fare una figura di guano al poveretto? Ecco, solo che stavolta la grassone finisce spesso al tappeto. Ha ragione Luis Enrique quando dice che vorrebbe tutti Pjanic e Lamela, perché ‘sto qui prova addirittura a darle a Ibrahimovic, la cui scarpa destra pesa più di Miralem con le buste della spesa in mano.  Non molla una palla, calcia sublimi punizioni, inventa per i compagni e si danna su ogni pallone che sia uno, sfidando a duello chiunque gli si pari innanzi, come giovin D’Artagnan. Averne di giocatori così.

    7 a David Pizarro
    Ne studino tigna, carattere e piedi, gli studentelli di Luis Enrique. E prendano esempio, magari quando a Trigoria suona la campanella della ricreazione. Il professor Pizarro, laureato in palleggiologia, possesso palla, con master in veronica ubriacante, è quello che tiene in piedi, con Gago, l’assalto del secondo tempo che produce lampi di utopia spagnola. E pensare che in estate avevano messo l’annuncio su Porta Portese, a mò di un vecchio paio di sci sfibrati. E invece, toh, è diventato “solido baluardo dello scacchiere di centrocampo”, avrebbero detto negli anni ’70. Un tocco vintage non guasta ogni tanto.

    5 a Bistekkelenburg
    A tutt’oggi abbiamo capito che uno così sfigato è difficile da incontrare. Al polpaccio assassino di Kucka seguono tre gollonzi mica male, ben confezionati dai deliziosi soprammobili che dovrebbero difenderne la virtù. E così se ne sta lì agitando manone e gamboni senza aver la possibilità di fare una parata. Quindi non capisci se è filetto o spezzatino, se è forte oppure no. Insomma il bistekkone olandese – Bistekkelenburg appunto –  sfrigola sulla griglia, cucinato a fuoco lento e noi non capiamo se è saporito oppure insipido come una fettiniella da discount. Lo scopriremo alla prima parata vera.

    4 a Luis Enrique
    A un certo punto pare il contadino che calpesta gli ortaggi del suo stesso orto. Non contento di aver messo in campo Borini – per carità ragazzo promettente, ma nulla più – e aver mortificato la guerreggiante voglia di Borriello, unico attaccante degno di tal nome nella caduta di Marassi, mostra ancora una volta deleteria lucidità nei cambi, togliendo Gago e mettendo Lamela quando la Roma ha stretto per il collo il Milan e lo tiene lì, creando un’occasione al minuto. Per carità, giusto far entrare il pischello argentino, ma l’uscita di Gago fa saltare il tabellone geometrico-tattico e il risultato è che il Milan ritrova fiato, respiro e spazio e occasioni da gol. Lui dice che la girandola continua – una delle chiavi del nuovo “Proggggggetto” – delle formazioni pagherà, nel frattempo hanno incassato Reja, Malesani, Allegri.

    4 a Osvaldiano
    Dopo il filotto di gol, è tornato Osvaldiano, pigramente inconcludente, se non con un paio di lampi, quando manda Bojan verso la grande respinta di Abbiati e quando spara su quest’ultimo dopo un autentico colpo di prestigio. Pero’ sembra involuto e quasi frustrato dal girotondo giallorosso, che poche volte prova ad innescarlo. Anche lui però, sembra avere intinto i piedi nella vasca delle anguille, perché non tiene un pallone che è uno e s’impegna più a sacramentare con l’arbitro che a cercare di mettere pettorali e spalle tra palla e giganti milanesi.  Riaffiora prepotente la sensazione che il gioco di Luis Enrique non faccia per lui.

    2 a Marco Cassetti
    Un giovin tifoso giallorosso, Walter,  prima della partita mi mostra il suo piccolo camaleonte di nome Chuck. Simpatico animaletto che cambia colore passando da una foglia all’altra. Che c’entra direte voi? Beh, Cassetti cambia colore come uno sfondo dell’iphone tutte le volte che incontra Robinho, che nell’occasione è mobile come una grassa cantante di gospel made in Usa. Pare avvitato al terreno come un cassone di Ikea, quando c’è da acchiappare l’antico giocattolino di SuperMarco Delvecchio (ah che nostalgia..), tal Sandrino Nesta, fuggito da Roma per brama di danaro e fuga da sberleffi da derby, e abile nel piazzarla alle spalle di Bistekkelenburg. Poi nel finale entra Cassano. E il camaleontico Cassetti assume tutti i toni del bianco, impallidendo sempre più a ogni finta dell’ ex monello di Trigoria.

    Paolo Franci

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