IL PAGELLONE DI FRANCI. 10 ad ironman Luis Enrique, 9 al prode Lamela

Redazione RN
03/09/2011 - 20:20


10 a Luis Enrique

Ho incontrato una vicina di casa nei giorni scorsi. Una signora sull’ottantina assai distinta, ma energica come un corriere dell’Ups. Se ne andava a spasso col suo cagnolino e noto il collarino giallorosso con il lupetto stilizzato che ne rivela la fede. Ebbene la signora aveva l’occhiale nero fasciante da sport estremo e l’ipad, come Lucho, sul quale disegnava le traiettorie del cagnetto libero di scorazzare nel parco, ma sempre seguendo uno schema offensivo, improntato sul possesso dell’osso e  palletta colorata. Fa scuola, dunque,  Lucho l’ironman, il triatleta che scala le montagne in bici, corre maratone spaccaossa, trabajando e sudando come un bove attaccato all’aratro. Sì vabbè, con lo Slovan ne ha fatte di cotte e crude, ha attinto fin troppo dall’asilo trigoriano, ha fatto imbufalire le comari tottiane buttando giù il Re dal trono ma, diamine, come si fa a non stare dalla parte di uno che vuole trasformare la Roma nel Barcellona de noantri? Insomma, ammemepiasce e su, dai, diamogli tempo.

10 a Mjralem Pjanic
Mi sono stropicciato gli occhi mille e mille volte, ammirandone giravolte, piroette e dardi avvelenati che, talvolta, muoiono all’incrocio. Se il talento ha un Tom Tom, di sicuro ha svoltato verso Lione per abbracciare senza indugi il ragazzo di Zvornik, uno che sa trattare il pallone come fosse una bella ragazza al ballo delle debuttanti. Che sia valzer, tango o l’ultimo martello del re della discoteca David Guetta la sostanza non cambia: Walter Sabatini ha preso un piccolo grande fenomeno che già adesso vale un coro della Sud.

9 a Josè Angel
L’ho guardato bene contro lo Slovan e ha corso talmente tanto che in confronto il Perrotta dell’epopea spallettiana pareva una cinquecento sul cric. In quel suo trafelare su e giù però, c’è tanta crema tecnica, una capacità di saltare il birillo che riempie gli occhi e la personalità che fiammeggia ad ogni scatto. Si dice che non sappia difendere, vecchio ritrito adagio che non mi va giù. E’ un esterno offensivo e tale deve rimanere, perchè sennò sarebbe come dire che Alonso non è un gran pilota perchè  non sa domare una bici.

9 a Pablo Daniel Osvaldo
E’ atterrato a Fiumicino con due chili di collane, magliettina alla moda, codino e faccia da rimorchione da discoteca. Un tipetto irrequieto, dentro e fuori dal campo: così me lo hanno descritto perfidi delatori delle precedenti sponde osvaldiane. Ma quella è roba di un paio d’anni fa, quando Pablo era tipo da sentirsi inferiore solo a Maradona, o forse neanche a lui. La Spagna ne ha annichilito la spocchia, l’Espanyol  ne ha concimato testa e piedi, facendone germogliare gol e giocate, fino a trasformarlo in una delle rivelazioni della Liga. Aveva ragione mastro Zeman, come gli è accaduto tante e tante volte: Pablito è un fenomeno che può far spellare le mani ai tifosi. Quest’ultimi riempiono l’attesa sognando un magnifico dejà vu: un argentino capellone e  indiavolato che salta i cartelloni e mima la mitraglia. Vi ricorda qualcosa?

9 a Erik Manuel Lamela
Essere predestinati è un fardello meraviglioso ma altrettanto pesante. Questo è il prode Erik, che si porta dietro pure un nome pesante, alla Eric Cantona, con la ‘K’ al posto della ‘C’, come scrivono i ragazzotti nel loro fitto slang da sms. Kuindi, chiedo scusa… quindi s’ammanta di certezza l’idea che kuesto (aridagli)… questo belloccio argentino abbia attraversato gli oceani per spingere la Roma lassù. Sia chiaro, lui con Cantona ha poco a che vedere, nome a parte, ma l’occasione di far innamorare una città, come accadde con il tosto francese in Inghilterra, è la medesima, spiccicata. La scommessa di Lucho e Sabatini è dunque full optional, perchè il ragazzo ha tutto per emergere: corsa, piedi, visione di gioco, tiro, lancio e passaggio. Cosa gli manca? Forse la Peroni, ma non sappiamo se beve birra.

8 a Maarten Stekelenburg
A guardarlo bene è pure belloccio, oltre che grande e grosso. Con un rapido cambio di guanti e il calzoncino variopinto, starebbe bene anche nel ruolo di un cattivissimo avversario di Stallone-Rocky. Il cinema può attendere, ci mancherebbe,  perchè dalla montagna olandese ci si aspetta che faccia volar via le scartoffie, il timbro, le praticucce e il cestino del pranzo del ragionier Doni, imprimendo le manone sante nel cemento della ricostruzione giallorossa. Sorvoliamo sul tuffo-autogol di Bratislava: lì pareva un koala che casca dall’eucalipto.

8 A Simon Kjaer
Io ricordo un fucilerie di rosa vestito, che maestosamente comandava le praterie impallinando ribalderie e scorribande del nemico. Ricordo un tizio di cui si parlava con toni da astro nascente, sperticandosi in aggettivi e superlativi che manco Dante con Beatrice. Sperare che il Nostro sia quello lì è dir poco, anche per togliermi dagli occhi quelle immagini che Sky ha passato diciassettemilacinquecentoquarantadue volte: lui che casca come un fico dall’albero, l’avversario che ruba palla e via verso il gol. Roba da far impallidire la videocassetta di Ivan Tomic che, ahimè, comprai con il Corsport una decina d’anni fa e nella quale quest’ultimo batteva tre falli laterali, faceva quattro passaggi indietro e perdeva palla una decina di volte.

8 a Fernando Gago
Seconda stella a destra, questo è il cammino, cantava Edoardo Bennato nella sua “Isola che non c’è”. E lì che dimorano i bimbi sperduti amici di Peter Pan e Fernanduccio nostro sperduto lo è stato per anni, pur solleticato dall’irresistibile profumo delle meringhe madridiste. Dovrà lavorare un po’ con la vernice ammazza ruggine Ferox, l’amico Lucho, per togliergli di dosso la coltre opaca, ma una volta ultimato il lavoro, ne siamo certi, la luminescenza argentina potrà finalmente brillare al sole trigoriano.

8 a Bojan Krkic
Si vabbè. Qualche gol s’è l’è mangiato e pare pure affetto da Tiroide. Non la malattia per carità, ma l’ottusa tendenza a tirare da ogni dove, sempre e comunque. Smania giovanile di mostrare a chi lo ha accolto (e chi lo ha venduto) che il talento è ben incollato sui piedi di questo giovanotto che studia da rivelazione del nostro difficile campionato. Abbia pazienza, cerchi i compagni e segue Lucho come un setter il suo padrone e ne vedremo delle belle.

7 a Gabriel Heinze
Usato sicuro, ma di lusso. Sulla carlinga del vecchio aeroplano argentino i segni delle mille battaglie ci sono eccome, ma anche le croci dei nemici abbattuti o, meglio, annullati. Nella musica di Lucho lui è il vecchio brano revival che, statene certi, riempirà la pista. Lo aspettiamo con ansia alla prova del campo e, soprattutto, alla sfida con Burdisso su chi ha il canino più lucido.

7 a Fabio Borini
Nella X-factor trigoriana, dove talentuosi giovinotti sgomitano per salire sul palcoscenico che conta, lui è arrivato all’ultimo soffio di mercato, in punta di piedi e spinto dalle mirabolanti imprese made in Great Britain. Non si pensi a un rincalzo o all’ultimo di una schiera infinita di attaccanti (neanche sul 30 barrato all’ora di punta c’è tale affolamento gente), perchè Borini è  sì umile, ma anche rapace, nel senso che se ci sarà da ghermire un’occasione non la brucerà al sol di fine estate.

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