Dalle Minacce al grande amore. Tutto in 7 mesi

29/03/2010 - 0:00

 
La Gazzetta dello Sport- Piazza Nicola da Longobardi è il cuore della vecchia Garbatella: se volete vedere come sono fatti i famosi lotti, passate da qui. Il seggio elettorale sta nella Casa dei bimbi, la costruzione più grande della piazza: un asilo infantile che gli abitanti del quartiere chiamano Scoletta. La piazza è pure uno dei luoghi simbolo del tifo romanista: muri, pareti, marciapiedi, perfino i cartelli stradali qui furono colorati di giallorosso nel 2001. E le foto riempirono le pubblicazioni celebrative, i siti ne sono ancora pieni. Proprio accanto alla Scoletta, un murales tricolore dall’altra parte della strada: «Il passato non si dimentica», c’è scritto. Uno degli slogan più cari ai romanisti. Nell’atrio dell’asilo, invece, tra i disegni dei bimbi e gli elenchi dei candidati, sta la prima pagina della Gazzetta di ieri: «Il morso della lupa», con il vecchio caro lupetto, la faccia stravolta di felicità di Toni, l’espressione incredula di Cambiasso sullo sfondo. Il ritaglio sta sulla testa del bidello, in modo che tutti quelli che entrano e magari si chiedono se e per chi avrà votato, intanto sappiano con certezza che è romanista.
Dalle stalle alle stelle Perché essere romanisti è tornata una condizione da ostentare: a scuola, in ufficio, in metrò, perfino in un seggio elettorale. Il tifoso esce di casa con la sciarpa legata al collo non per andare allo stadio, ma a lezione. Da qualche mese, alla sciarpa il romanista abbina un sorriso smagliante. Ora sono tutti felici e giallorossi, senza variazioni di tonalità. Tifosi sempre presenti, tifosi occasionali, simpatizzanti: la Roma ha riconquistato il suo popolo. Olimpico già due volte esaurito, Trigoria sempre una festa, il pullman della squadra che sabato pomeriggio faceva fatica a percorrere l’ultimo tratto tra due ali di folla perfino commossa. Eppure, appena pochi mesi fa, l’Olimpico era semideserto e quei pochi che c’erano fischiavano e sparavano petardi, o depositavano corone di fiori per celebrare il funerale della squadra. Trigoria era presidiata dalle forze dell’ordine, che una notte non riuscirono ad evitare il lancio di due bombe carta all’interno del centro sportivo, con i calciatori che volevano tornare a casa. E il pullman della squadra per un paio di partite fu costretto a viaggiare con un blindato della polizia. Intoccabile Rosella Sensi non può ancora rinunciare alla compagnia della Digos. Sotto scorta da quando arrivarono le prime telefonate minatorie. I suoi guai sono cominciati nel 2008, quando decise di non vendere a Soros. E sono proseguiti un anno fa, quando ha interrotto le trattative con l’improbabile Fioranelli. Per i tifosi, allora chiunque avrebbe fatto meglio di Rosella indebitata. Gli ultimi problemi li ha avuti con Angelini. Dopo la prima giornata, sconfitta a Genova, l’imprenditore farmaceutico disse pubblicamente che era interessato all’acquisto e che provava pena a vedere la Roma ridotta così male. Quello per la Sensi forse è stato il punto più basso. La sua risalita è iniziata con l’addio di Spalletti (che riteneva questa squadra a fine ciclo) e la scelta azzeccata di Claudio Ranieri, cui oggi pensa di rinnovare il contratto fino al 2013. E, successivamente, l’assunzione decisiva di Gian Paolo Montali. Insultata da tutto lo stadio all’inizio della stagione, fischiata anche quando sono arrivate le prime vittorie, applaudita pure lei ora che la squadra lotta per lo scudetto e la Roma nel complesso è una piccola impresa in cui il cuore ha sposato l’efficienza, pur con poche risorse. «Forse qualcuno ora si sarà ricreduto», ha detto Rosella Sensi sabato. Già, e chi la sposta più?

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