IL TEMPO (D. Lo Monaco) – Cortocircùito: in elettrotecnica, considerevole aumento della corrente circolante in un circuito causato dall’annullarsi accidentale, in seguito a contatto, della resistenza tra punti che solitamente sono a potenziale diverso; il calore sviluppato produce effetti deleteri sugli impianti e sulle apparecchiature elettriche ove non si adottino opportuni dispositivi protettivi. Mettete Spalletti e Totti nei due “punti a potenziale diverso” venuti a contatto e la società nel ruolo di chi non è stato capace di “adottare dispositivi di protezione” ed è servito il cortocircuito della Roma. Che infatti dietro questa storia s’è bruciata una buona parte del suo patrimonio di credibilità con i tifosi. Ora è comodo schierarsi, per interessi, conoscenze o pregiudizi provenienti chissà da dove. O convinzioni che non possono che essere parziali.

Chi scrive adora Totti, ritiene Spalletti un grande allenatore e ha maturato in un rapporto di lavoro di sufficiente durata una certa stima per chi gestisce la società. Ma il percorso compiuto per arrivare sin qui è disseminato di errori da cui nessuno può sentirsi esente. Spalletti ne ha fatto una questione personale sin dalla prima conferenza stampa stagionale, a Pinzolo, quando non sollecitato ha regalato il primo dei suoi paradossi («chi dice che dev’essere l’ultima sua stagione?»), alzando subito la temperatura sul tema, magari confidando poi per il futuro sulle virtù «raffreddanti» di risultati che allora pensava fossero a portata.

I dirigenti della Roma avrebbero dovuto concordare con il giocatore, presente anche l’allenatore (ovviamente nel pieno rispetto della sua autonomia tecnica), un percorso d’addio lungo un anno che avrebbe richiamato tutti sotto il segno comune dell’affetto e della riconoscenza che si deve a un campione così grande. E Francesco avrebbe dovuto usare a suo vantaggio il tempo ulteriore concesso dalla società e stabilire senza incertezze tempi e modalità d’uscita. Ci si sarebbe arricchiti tutti, e non solo d’amore.

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