1 Dicembre 2022

Candela: “Mourinho è un vincente come Capello. La Roma deve seguirlo, i risultati parlano per loro”

Le parole di Vincent Candela sulla sua avventura alla Roma e sulle analogie tra Josè Mourinho e Fabio Capello

Uno dei calciatori più amati della rosa dello Scudetto 2000/01 è Vincent Candela. L’esterno francese si è trovato talmente bene nella Capitale che non l’ha mai lasciata se non per alcune esperienze calcistiche a fine carriera. Il numero 32 è partito per il Giappone con la Roma nella settimana della tournée ed ha parlato di questo e di altro in un’intervista al Corriere dello Sport. Questo un estratto delle sue parole.

I pensieri di Candela sulla Roma

Un rapporto che si è consolidato negli anni.
Penso di aver seminato bene. Ho cominciato questo ruolo con la nuova dirigenza, prima lavoravo con la Roma Tv, poi l’attuale società ha chiuso il canale e quando è finito il contratto per un anno non ho lavorato, non sono voluto andare da altre parti, anche se avevo proposte. Ho preferito aspettare, adesso posso dare la mia professionalità e la mia romanità in un altro modo.

Nel 1999 dovevi lasciare la Roma per andare all’Inter. In ritiro a Kapfenberg ti facevi trovare con il telefonino a tavola per arrivare alla rottura, ma Capello non ti lasciò andare via.
Ho grande rispetto per Zeman, mi ha dato tanto per la parte fisica e la disponibilità al sacrificio, ma litigavamo spesso, eravamo giovani. Dopo due anni avevo deciso di andare via, Zeman aveva fatto altre scelte. Poi è arrivato Capello, nessuno se lo aspettava. In un mese è cambiato tutto. In quel periodo per l’unica volta il rapporto con i tifosi è stato difficile. Avevo già festeggiato la mia partenza, perché io se saluto lo faccio con lo champagne e i fuochi d’artificio, non scappo di notte. La partenza sembrava sicura, sapevo che Zeman non mi voleva e più non si parlava di Capello. Ma poi la Roma mi diede la possibilità di stare dentro questa famiglia. In due settimane recuperai il rapporto con i tifosi e con Capello. Lui è ancora il mio allenatore preferito, non perché un sergente di ferro, ma perché mi ha dato molta fiducia e con lui ho reso al 300 per cento.

In quel periodo sei stato campione del mondo, campione d’Italia, uno dei più forti terzini sinistri del mondo.
Non mi sentivo tale, anche se sono stato il terzino dell’anno in serie A, quando era uno dei migliori campionati del mondo. Non ho mai sentito il peso della responsabilità, sapevo che ogni anno dovevo migliorare, per confermarmi e per raggiungere altri obiettivi. Per me il migliore nel mio ruolo è stato Maldini, anche se tecnicamente ero più forte io. Diciamo che è stato un onore e un orgoglio far parte dei più bravi al mondo.

Che analogie ci sono tra Capello e Mourinho?
Sono due vincenti, sanno essere allenatori di grandi squadre. Puntano molto sulla gestione, del pubblico e della squadra. I risultati parlano per loro. Il lavoro sul campo di Mourinho non lo conosco, è molto diverso quello che è stato fatto in Giappone. So che Capello aveva un modo suo di lavorare durante la settimana, ma era sempre finalizzato a far dare il cento per cento ad ogni giocatore. Non ho mai parlato di calcio con Mourinho, non so come la pensa, ma nella gestione sono molto simili.

Alla Roma sei diventato subito amico di Totti.
Siamo cresciuti insieme. Lui è più piccolo di me, abbiamo fatto tante battaglie e tante serate insieme. È stato il mio capitano, poi ognuno è cresciuto e ha fatto la sua strada, lui ha continuato a giocare per altri 10 anni e io ho fatto altro. Ma il rispetto e la stima dopo 25 anni sono intatti. In campo avevamo un grande feeling, quando gli davo il pallone sapevo che me lo ridava meglio di come lo aveva ricevuto. Quel feeling è rimasto, con tutti gli alti e bassi della vita.

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