Buon Compleanno Brunoconti, tutto attaccato come “lamore”

Redazione RN
13/03/2024 - 16:38

Buon Compleanno Brunoconti, tutto attaccato come “lamore”

Cominciamo col segno dei Pesci, allora, da quell’indole nata per sorprendere, da quell’istinto di non volere né potere mai procedere in linea retta. È il segno del dribbling, del percorso che scioglie i suoi nodi proprio quando agli occhi degli altri sembra farsi più complicato e tortuoso; della palla che scompare proprio quando ti sembra che il piede del difensore abbia azzeccato il tempo per spegnere sul nascere un tiro che improvvisamente non c’è più, nascosto agli occhi e alle caviglie degli altri. Si può dribblare anche il destino, dunque, se hai dentro, da quando sei nato, la voglia e l’esigenza di ripartire da una linea di fondo, che per gli altri è confine, per te un’occasione.

Anche se il dio Nettuno ti voleva col guantone e il cappellino, con la mazza e le basi da conquistare. Ma un’erba diversa meritava la tua corsa, e un prato di calci che quasi mai ti prendono e di contrasti che il più delle volte muoiono nell’aria di una tua magia. Perché tu sei Bruno Conti. Anzi, Brunoconti, tutto attaccato, quasi senza voler conoscere i confini del nome e del cognome: quattro sillabe, il tempo di una finta. Deve pur esserci un motivo, se pensando ad alcuni giocatori o scrivendo di loro, ci si ritrova a dargli del tu: sarà forse perché hanno comunicato emozioni così intense, così assolute da portarci a creare una confidenza immaginaria, condivisa da tutto un popolo: di Bruno ce n’è uno, del resto e già nel coro l’uso del nome proprio connotava un rapporto. Incrociando le linee del tempo, in un groviglio di ricordi che assomiglia al caos apparente di uno dei suoi dribbling, ci piace partire proprio da quel 23 maggio del 1991, giorno in cui l’Olimpico trabocca d’amore, commozione, gratitudine, ricordi indelebili.

Il saluto di un fuoriclasse come pochi altri se ne sarebbero visti in futuro: lo stadio lo sa già e comincia a rimpiangerlo sin dal momento in cui si gode le sue ultime, inimitabili serpentine. A rendere ancor più speciale quella serata, un particolare che testimonia l’unicità dei tifosi della Roma: soltanto ventiquattrore prima sullo stesso terreno si era disputata la finale di ritorno della Coppa Uefa, tra Roma e Inter. L’uno a zero firmato da Rizzitelli non basta a pareggiare il conto con i due goal nerazzurri dell’andata: ancora una volta, sono gli avversari ad alzare un trofeo in casa nostra. Ebbene, la sera seguente a una finale europea, il pubblico è leggermente più numeroso: Bruno Conti vale più di qualsiasi vittoria e di qualsiasi trofeo, anche di quella Coppa dei Campioni che il 30 maggio del 1984 cominciò a sbriciolarsi proprio a causa del suo errore dagli undici metri, durante la serie dei rigori contro il Liverpool, dopo che nei centoventi minuti di partita era stato uno dei migliori tra i ventidue in campo.

Meglio che sia toccato a lui – prima dell’errore decisivo di Ciccio Graziani – che a qualcun altro: da parte giallorossa, lo si è accettato più di buon grado, perché si sopporta meglio un dolore, quando è causato da un figlio prediletto. Del resto un rigore è quanto di più banale ci possa essere, per chi è abituato a scrivere la storia senza mai procedere in linea retta. Anzi, cambiando sempre, all’ultimo momento, il lato da cui tutti aspettano che arrivi qualcosa. Qui torna in ballo il segno dei Pesci, che si realizza soprattutto nella rappresentazione del suo contrario: non è un caso che uno dei suoi goal più belli e importanti Bruno lo realizzi di destro, ai mondiali spagnoli del 1982. È il 18 giugno, l’Italia di Enzo Bearzot affronta il Perù a Vigo. Al minuto diciannove, Conti, appostato qualche metro indietro rispetto alla lunetta dell’area di rigore, riceve palla in orizzontale dal lato sinistro: il marcatore che prontamente esce per impedirgli la conclusione, non capirà – del resto facciamo fatica, ogni volta che lo rivediamo, a capirlo noi – quanto gli accade; una finta a cui l’occhio di chi guarda non riesce a stare appresso, un dribbling con il tacco che incenerisce il malcapitato e prende per mano il ricordo di Garrincha; a quel punto sul lato destro si spalanca l’angolo per il tiro.

Ma non è il suo piede. Non era? Sono le ovvie domande degli umani, dove giocano gli dei certi dubbi non hanno luogo: parte un fendente di destro, con traiettoria leggermente a uscire, che Quiroga può soltanto ammirare, ammesso che riesca a vederlo. In quel campionato del mondo, in cui il livello tecnico medio era così elevato da non essere più raggiunto da nessun’altra rassegna iridata in seguito, Bruno Conti è il giocatore che stupisce di più, in senso assoluto. Il primo a stropicciarsi gli occhi e a spendere giudizi entusiastici per lui è un signore di nome Pelè. Del resto, basta pensare alla sua incidenza nella finale contro la Germania: guadagna il rigore poi fallito da Cabrini, partecipa all’azione del goal del raddoppio di Tardelli, conduce l’azione che porterà Altobelli a siglare il terzo goal azzurro.

Paolo Marcacci

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