• Buon Compleanno ‘Bomber’ Pruzzo, tra mugugni e fremiti di rete

    Teresa Tonazzi
    01/04/2024 - 13:49

    Buon Compleanno ‘Bomber’ Pruzzo, tra mugugni e fremiti di rete

    Dalla collina di Crocefieschi il mare di Genova non si riesce a vedere: apriva la finestra e si trovava circondato dai monti, come difensori che lo accerchiassero al momento del calcio d’angolo. Però Genova era nell’aria, impregnata di salsedine, ogni volta che il vento suggeriva uno dei suoi brontolii: che fosse l’eco delle onde irrequiete o delle bestemmie dei camalli che scaricano al porto. E allora finì che quei brontolii se li portò dentro, abituandovisi, come al boato dopo il goal. Accade, se sei di Crocefieschi e ti chiami Roberto Pruzzo.

    Primo aprile del 1955, sotto il segno dell’Ariete: nel giorno deputato agli scherzi, viene alla luce uno dei più grandi attaccanti italiani del dopoguerra, che quasi per scherzo e senza crederci più di tanto dà avvio alla propria carriera di calciatore. Addirittura, dopo la trafila nelle giovanili del Genoa, il presidente rossoblu Fossati deve sudare le proverbiali sette camicie per convincerlo a firmare il contratto da professionista.

    Nell’estate del ’78, dopo cinque stagioni al Genoa, per la ragguardevole cifra di tre miliardi di Lire, più il temporaneo passaggio in rossoblu di un certo Bruno Conti, viene acquistato dalla Roma, dove diverrà “Bomber”. È l’ultimo, oneroso atto della presidenza di Gaetano Anzalone; sta per cominciare l’epoca di Dino Viola. Il nuovo centravanti, baffuto e dallo sguardo inquieto, è il primo volto tra quelli che negli anni a seguire incarneranno una Roma finalmente rispettata, temuta e vincente.

    Vincerà tre titoli di capocannoniere con la Roma: 1981, 1982, 1986. Metterà in bacheca quattro Coppe Italia e lo storico scudetto del 1983; la gratificazione dei numeri e della statistica ci porta inoltre a citare 138 goal complessivamente, di cui ben 106 in campionato. Nessun dato numerico potrà però mai rendere l’idea della suggestione e dell’impatto emotivo che ancora oggi, al solo evocarli, suscitano i goal di Roberto Pruzzo nella memoria storica romanista, pietre miliari di un cammino che iniziò a diventare glorioso proprio quando la firma del brontolone genovese iniziò a tracciarne il sentiero.
    In una lunga teoria di reti che scandiscono l’ascesa verso successi e ambiti che la Roma non aveva mai conosciuto in precedenza, c’è spazio anche per un goal che arriva sull’orlo del baratro, perché il 6 maggio del 1979, con l’Atalanta di Vavassori e Prandelli in vantaggio per due a uno, lo stadio Olimpico esplode in uno dei suoi boati più fragorosi, quando Pruzzo si avventa, nel cuore dell’area, su un passaggio rasoterra di De Nadai, con il tempismo della disperazione. Quel due a due sarà la pietra d’angolo su cui la squadra edificherà una soffertissima salvezza. Quattro anni dopo, un altro maggio, in un’altra città – proprio quella Genova dei natali e degli esordi – , quando parte la parabola arcuata di Agostino Di Bartolomei, Pruzzo è già in fase di decollo, perché agli appuntamenti col destino non si può che arrivare al momento giusto; è il colpo di testa che non vale soltanto il momentaneo vantaggio romanista: lascia una scia tricolore attesa da quarantadue anni. Proprio sul terreno di Marassi, grazie a una sua rete, plana circondato dal tripudio il secondo scudetto della storia giallorossa. Ad aumentare, se possibile, la sua gioia, il fatto che il Genoa, avversario di giornata, grazie all’ uno a uno finale firmato da Giuliano Fiorini si guadagna la permanenza in Serie A. Un punto per laurearsi campione d’Italia, l’altro per vedere festeggiare i suoi vecchi tifosi assieme agli attuali, accorsi in massa dalla Capitale. La Roma di Dino Viola, uscendo dalla “prigionia del sogno”, ha dunque capovolto la sua storia. E Pruzzo capovolge se stesso, quando occorre, come accade a Torino qualche mese dopo: è il 4 dicembre del 1983; la Roma, col tricolore sul petto, è in svantaggio di un goal contro la Juventus di Michel Platini. I bianconeri già contano i due punti di un due a uno che pare definitivo. Alla Roma resta la speranza di un’azione, una sola.

    Nela lancia lungo, a ridosso dell’area Bonetti serve di testa Chierico, che controlla con un palleggio elegante e mette in mezzo. Pruzzo vede spiovere il pallone, sa che non avrà mai il tempo di controllare, girarsi e tentare di battere a rete: ha un cespuglio di maglie bianconere attorno. Può fare soltanto una cosa. La fa. La rovesciata è talmente bella che chi la vede, in campo e fuori, soltanto in un secondo momento capisce che è anche vera. Tacconi le vola appresso, nell’aria immobile come il respiro di chi stenta a credere, fratturandosi un dito. Potremmo raccontarne ancora di questi goal, come quello con cui riportò la Roma in parità nella finale di Coppa dei Campioni la sera del 30 maggio del 1984, di testa su cross di Conti; sera maledetta perché il suo nome non era più della partita, quando il solo scorgerlo nella lista dei rigoristi avrebbe rassicurato un intero popolo tifoso. Oppure come quelli che grandinarono addosso al povero Zaninelli, cinque in una sola partita, in quel Roma – Avellino del 16 febbraio 1986, quando si avviò a vincere il suo terzo titolo di capocannoniere. Però, preferiamo concludere raccontandovi il primo e l’ultimo della vita calcistica di un uomo che ha sempre mostrato se stesso per quello che è. Il primo, segnato con la maglia del Genoa il 3 ottobre 1976; l’ultimo, con quella della Fiorentina il 30 giugno 1989, nello spareggio per andare in Uefa. In tutti e due i casi, l’avversario è la Roma. Gli è entrata e uscita dal destino, oltre i confini di una carriera. Quel giorno in cui gli tocca batterla con indosso la maglia viola, raccogliendo un cross di Roberto Baggio, è anche il giorno del saluto definitivo e lui nell’esultanza coinvolge i tifosi romanisti, che accantonano l’amarezza per la sconfitta e lo abbracciano in un tripudio di nostalgia. Un epilogo del genere non può che essere voluto dal dio del calcio in persona: se chiedessimo a Roberto Pruzzo se crede alla sua esistenza, risponderebbe certamente di no, con un mugugno disincantato. Invece esiste, lo dimostra il fatto che ci ha regalato uomini come lui, autentici e spigolosi come le figurine che avevano i baffi.

    Paolo Marcacci

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    1. Bellissimo articolo ! Complimenti. Ricordo quasi tutto. Ad esempio per la rovesciata sentivo “Tutto il Calcio minuto per minuto” a San Giovanni Valdarno ! E’ obbligo rendere noto ancora che il gol del liverpool pareggiato da PRUZZO era irregolare ! ROMA !

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