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Arrivederci e grazie, «rombo». Un girone dopo, l’invenzione spallettiana che aveva permesso alla Roma di uscire ― seppur sbandando ― da una galleria piena di buche, sembra finita definitivamente nel cassetto dei ricordi. Arrivederci e grazie, rombo. I successi contro il Chelsea e la Lazio, proprio quando la stagione iniziava a mostrare la sua faccia più scura, sono un ricordo lontano. L’epica rincorsa alle posizioni di testa dopo la paura del baratro che si stava spalancando alle spalle, una necessità soddisfatta. La Roma torna all’antico, riesumando convinzioni che sembravano dimenticate, dimenticando un assetto che aveva restituito convinzione. Arrivederci rombo.
GENESI ― Il 4 novembre, nel freddo di una notte europea, lo Stadio Olimpico si innamorò di una Roma nuova. Dopo tre anni e un mare di soddisfazioni Spalletti prendeva il 4-2-3-1, ripiegandolo come si fa con un capo fuori stagione, e lanciava un nuovo ordine. Quattrotreunodue. Tre mediani a correre e lottare in mezzo al campo, un rifinitore a sostegno del centravanti con una seconda punta pronta a tagliare da sinistra verso il centro. Un trionfo, nella sua semplicità. La serie di cinque sconfitte consecutive tra campionato e coppe cancellata con tre gol in un’ora. Il Chelsea annientato grazie a Panucci e doppio Vucinic. La sicurezza di aver trovato un argine alla progressiva degenerazione di un sistema che premiava la Roma solo quando il gioco passava con decisione sulle fasce. Con la carenza di esterni di questa stagione il «rombo» era sembrato non solo freno alla crisi, ma prezioso amuleto per proteggere una squadra non sempre attenta dietro e incapace di costruire gioco con la naturalezza di un anno fa.
BILANCIO ― Nel corso della stagione il cosiddetto rombo aveva mostrato tutte le sue sfumature. Inventando Pizarro prima e Baptista poi come vertice alto alle spalle delle punte. Ordine e geometrie con il cileno, potenza e imprevedibilità con la Bestia, sempre sostenuti dal «potere operaio» di Brighi e Perrotta. Poi, da dicembre, la variante ad «albero di Natale» ― ispirata forse dal clima festivo alle porte ― e la conseguente riscoperta di un Menez finalmente utile. Decisivo, persino. Dopo il trionfo Champions contro il Chelsea, in campionato il nuovo modulo esordisce con un pareggio a Bologna. Poi, una serie straordinaria di successi. L’apoteosi griffata Baptista nel derby, le vittorie contro Lecce, Fiorentina, Chievo e Cagliari prima dello sgambetto catanese. Dopo la sosta natalizia, riavvio non facile contro il Milan prima di una nuova sequenza favorevole, contro Sampdoria, Torino, Napoli, Palermo e Genoa. In mezzo, il pareggio di Reggio Calabria. Undici vittorie e tre pareggi il totale, prima dell’ultimo scivolone da trasferta. Stavolta a Bergamo. All’Azzurri d’Italia la Roma seppellisce definitivamente il rombo, rispolverato soltanto nel corso della gara contro l’Arsenal all’Olimpico, quando più le necessità che le virtù suggerirono a Spalletti di tornare, almeno per una notte, al 4-3-1-2.
ARRIVEDERCI ROMBO ― Contro il Bologna, l’8 novembre, iniziò la meravigliosa cavalcata che ha restituito alla Roma la possibilità di sognare un piazzamento Champions. Sempre contro il Bologna cala il sipario sul modulo che, per cinque mesi, ha fatto tornare a sorridere i tifosi romanisti dopo le amarezze di un avvio da pelle d’oca. Con il ritorno al copione classico sono tornati a far capolino ingenuità e limiti di un organico ferito dalle assenze prolungate di alcuni attori protagonisti. Soltanto quindici punti su quattordici gare, seguendo gli spartiti del 4-2-3-1. Quattro vittorie appena e una voragine di sette sconfitte. Questa, però, è la musica che ha scelto Spalletti per la sua Roma. Chi lo conosce non ha dubbi: si continuerà su questa strada. E allora non ci resta che salutare, con qualche rammarico e un po’ di nostalgia, il modulo che più di ogni altro, in questa stagione, ha regalato alla Roma un briciolo di soddisfazione. Arrivederci rombo. E grazie.
Matteo Pinci
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