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L’intervista integrale rilasciata da Matteo Brighi al settimanale Sportweek.
Hanno colpito molto le sue dichiarazioni: nel calcio essere buoni non paga, si tende a far giocare di più chi si lamenta.
“Qualche vaffa in più avrei potuto dirlo, perchè il calcio è come la vita e c’è gente che sa vendersi meglio, ma magari se tornassi indietro rifarei le stesse cose che ho fatto. In fondo è una questione di carattere. Poi, per fortuna, qualche soddisfazione qui alla Roma comincio a togliermela. Mi fa piacere essere definito l’uomo del rilancio ma continuo a considerarmi quello di prima. In fondo sapevo che la rinascita prima o poi sarebbe arrivata”.
Con lei sempre titolare, però.
“Le mie prestazioni sono dipese da molte cose: il cambiamento di modulo, il recupero degli infortunati, in primis di Totti, e gli inserimenti di gente come Riise, Baptista e Ménez. Il campionato ce lo siamo complicati da soli, ma ora siamo tornati in alto e non mancheremo il traguardo della zona Champions, ma è meglio spostare l’obiettivo sull’Europa. D’altronde, abbiamo scoperto che ce la possiamo giocare con tutti e la finale si disputerà proprio all’Olimpico”.
Spalletti l’ha portata a esempio di sacrificio che paga.
“Beh, sono contento perchè lui mi vede tutti i giorni al lavoro. Spalletti come gestore del gruppo penso sia il migliore allenatore che ho avuto. Per esempio, in estate avevo quasi deciso di andare in un club del Nord, poi i dirigenti e Spalletti mi hanno convinto a restare. Ricordo che l’allenatore mi disse: ‘Stai con noi, a gennaio decideremo’. Ho atteso e ho sfruttato la mia possibilità. Per questo forse lamentarsi alla fine non conviene”.
Crede che in passato abbia pagato il fatto di non essere diventato della Gea?
“Non voglio crederlo, anche se ho sempre pensato che salendo su quel treno tutto sarebbe diventato più semplice, almeno così dicevano loro. Ho avuto la forza di dire no e preferito tenere il mio manager Puzzolo”.
Da romanista, qualcuno l’accosta a Damiano Tommasi.
“L’ho conosciuto solo fuori e lo reputo una grande persona: mi sento onorato da questo accostamento. Da ragazzo però, mi piaceva Mancini quando giocava alla Samp: il modello era lui, anche se i ruoli erano molto diversi. Ora provo ad accostarmi a Gattuso”.
Come vede la corsa tra Inter e Juventus?
“L’Inter ha grandi individualità e in ogni momento qualcuno può risolvere la partita. Ibrahimovic è il giocatore che ora ha qualcosa in più degli altri. La Juve è invece più un gruppo e chiunque entri, magari a sostituire i titolari, fa bene. E poi non mollano mai”.
Un gruppo stile Nazionale...
“La maglia azzurra è il sogno di tutti, ma Lippi sa fare il suo lavoro e ha dimostrato che non perde d’occhio nessuno. Per ora continuo solo a lavorare bene, poi vedremo”.
Vero che Brighi è l’anticalciatore glamour? Né tatuaggi né caccia alla veline...
“Guardi, queste sono etichette che interessano a voi. Non ho tatuaggi, ma non li ha neppure Tonetto, per esempio, e non escludo che un giorno possa aver voglia di farmeli. E non tutti i calciatori vanno nei locali o a ballare. La maggior parte di noi ha famiglia e conduce una vita tranquilla, ma non fa notizia. Quella del calcio da vetrina è una realtà parallela, della quale ho imparato a prendere il bello e il brutto perché i rapporti umani sono alterati. Per sopravvivere bisogna saper staccare e io lo faccio, anche se sono legato a colleghi che vivono come me. Penso a Zaccardo, Sammarco, Paramatti, ma nella Roma mi trovo molto bene con tanti: Aquilani, Perrotta, Okaka, De Rossi. Per i fuoriclasse è più difficile restare fuori da un certo palcoscenico. Totti non riesce neppure a girare per strada, ma lui è così grande che continuerà a essere un simbolo anche quando avrà smesso. Di gente come me, invece, un giorno non si ricorderà più nessuno. Siamo meteore”.
D’altronde lei, al Rimini, rifiutò una prima volta anche la Juve per prendere il diploma di ragioniere.
“Poi per fortuna il treno è ripassato, ma da piccolo non dicevo mai che avrei voluto fare il calciatore. Mi sarebbe piaciuto diventare insegnante, ma quella volontà era più altro legata al ricordo di persone speciali che ho avuto la fortuna di incontrare e alla voglia di rendere ciò che di bello mi hanno trasmesso. Non ho mai creduto che il calcio potesse diventare la mia vita e, a pensarci bene, è stata proprio questa la mia fortuna”.
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